Un make tutto vegetale

Macché profumeria, io vado dal fruttivendolo!
di Stefano Anselmo
da Trucco & bellezza n°10

Per millenni le donne si sono truccate il viso utilizzando buona parte degli ingredienti che usavano in cucina. E non solo in Europa, ma un po’ in tutto il mondo si impiegavano sostanze alimentari di origine animale o vegetale. Vediamo quali sono e come poterle riutilizzare anche ai giorni nostri. Un viaggio nell’universo della storia del make-up affidato alla penna (e alla curiosità) di Stefano Anselmo.

VISO

Come è risaputo, per mantenere fresca e velluta la pelle bisogna detergerla e curala quotidianamente con cosmetici di qualità. Consigliato dalle nostre dermoterapiste è un leggero peeling o scrub, da praticarsi saltuariamente. Ma, anziché acquistare il tal marchio rinomato, è molto più chic servirsi di una ricetta rinascimentale.

I cosmetici antichi promettevano pelli bianchissime ed alabastrine. Particolarmente efficace veniva ritenuto un lontano parente del moderno peeling, consigliato dai sapienti dell’epoca. Donno Alessio Piemontese insegna una “impastatura del volto, la quale tenendola otto giorni mutta la pelle, e larinnova bellissima”, a base di limoni, uova, trementina, borace, cipolla, giglio. Il tutto andava applicato “su la faccia, sul collo, e sul petto di tal composizione, facendo il medesimo la mattina e, lasciando asciugar da se stesso, e ogni volta che lo vorrai adoperare, sempre la mescolerai insieme, e avvertisce di non tirarla via innanzi al tempo, perché guasterebbe troppo la pelle lasciarla così per otto giorni, e se ti paresse che bruciasse, e che tirasse la pelle, non la rimuovere, lasciala fare l’operazione sua, per li otto dì”.

Dopo lo scrub, una buona maschera decongestionante rimetterà le cose a posto. Eccovi quindi la popoeana pinguia, un decotto di farina di fave o di riso insieme a mollica bagnata in latte d’asina, quest’ultimo largamente acido. Asciugandosi indurisce e va asportata con una grande quantità di latte. Fu Poppea, la moglie dell’imperatore Nerone, a inaugurare questa moda. All’epoca consigliavano di tenere in posa la maschera immersi in una vasca di latte. D’asina? Non necessariamente: quello del supermercato sotto casa va ugualmente bene; basta comperarne qualche litro in più del solito.

Per un incarnato eburneo.
Isabella d’Este, marchesa di Mantova venne definita al suo tempo “la prima donna del mondo” per la sua intelligenza e la sua cultura. Per schiarire la carnagione, usava un’acqua che richiedeva una lunga preparazione.Nel 1515 scriveva:

“Io piglio prima in paro di piccioni smembrati, di poi trementina viniziana, fiore di gigli, uova fresche, mele, chioccioline marine, perle marinate e canfora; e tutte queste cose incorporo, e méttole dentro ai piccioni e in bocca di vetro a lento fuoco.Dipoi prendo musco ed ambra e più perle e pannelle d’argento e, macinate queste ultime cose al porfido sottilmente, le metto in un pannolino e legole al naso della boccia con un recipiente sotto, di poi tengo l’acqua al sereno, e diviene una cosa rarissima”.
La maggior parte di queste ricette riassumono una vera esperienza secolare. Grassi animali e succhi vegetali costituiscono la base degli elementi usati per le ricette per la pelle, sotto forma di lozioni specialmente, perché le creme sembra fossero meno usate.

Per pelli delicate invece, un rimedio romano di origine animale e non propriamente alimentare: la crocodrillea. Ne parla anche Orazio, ne accennano Ovidio nella sua “Ars amatoria” e Galeno. Lo sterco dei coccodrilli terrestri era diventato prezioso grazie alle donne dedite al lusso che utilizzavano anche lo sterco degli storni. Questi tipi di sterco hanno un potere sia detergente che moderatamente astringente, molto più moderato e debole quello degli stormi. Lo sterco dei coccodrilli in particolare ha la proprietà naturale di attenuare le macchie dal viso fino a eliminarle. Ma non scandalizzatevi: uno degli ingredienti fondamentali delle diafane geishe, inconfondibili e intramontabili icone della cultura giapponese, era una costosissima crema color giallo chiaro a base di escrementi di usignolo. Oggi si chiama Geisha Facial e viene ancora prodotta dalla Japanese spa Shizuka di New York.

Per un maquillage acqua e sapone
Per un trucco improntato a una maggiore sobrietà ci rifacciamo all’Ottocento romantico quando la bellezza era anche pallore, aspetto languido e sofferto e quindi era normale e accettata consuetudine cospargersi il volto con la candida cipria di riso. Le donne più astute si procurano occhiaie molto “trendy” con mezzi artificiali: un po’ di nero sfumato sotto gli occhi ottenuti col mallo di noce o più semplicemente con del nero vegetale. Le più ligie cercavano di procurarsi occhi scuri e sofferti, dormendo poco o leggendo fino a tarda notte oppure facendo uso di atropina o belladonna 21. Il giorno dopo avrebbero potuto sfoggiare un look così tanto alla moda: occhi lucidi (dal sonno) e un viso “meravigliosamente stanco”, viso ancora più pallido in contrasto coi capelli scuri che a loro volta ne esaltavano il pallore.

Ma la più stupefacente ed interessante creazione cosmetica per ravvivare l’incarnato sono certamente le Pezzette del Levante, molto in voga nel 500. Esse trasferivano sul viso un rosso più o meno intenso a seconda di quanto pigmento venisse sciolto nella tintura di base e di quante volte si strofinassero le guance.

Eccovi la formula segreta del 1553 di  Donno Alessio Piemontese “A far pezzette di Levante che usano le Donne per colorire”:
“Pigliate cimatura di grana, & fatela bollire in acqua ove sia buglita calcina viva, e bollita che sarà per un pezzo, colatela. Della qual colatura pigliate un boccale, e vi metterete once due di verzino tagliato sottile, o raschiato, et un’oncia d’allume di rocca, et altre tanto verderame, & un quarto d’oncia di gomma arabica. Et quando haverà bollito una mez’hora, habbiate le vostre pezze di tela vecchia, grandi ò piccole, secondo che le volete, e mettetele dentro à tal decotione, ò color rosso. Et coprendo la pignatta, la lascerete rifreddare et star così per tutto il giorno. Poi cavatele in scatole, ò canestri, tra cose odorifere. Et adoprate à i bisogni, ch’è perfetta”.

Le Pezzette erano di tela, “vecchie, grandi o piccole, secondo che le volete”, secondo la più raffinata Caterina Riario Sforza, intrise di pigmento rosso.La necessaria vecchiezza della stoffa, ne garantiva la morbidezza al momento di passarle sul viso: essendo intrise di “Brasile de levante sottilmente raso” o di “verzino tagliato sottile raschiato”, tingevano le guance di una luminosa sfumatura di rosso.